mercoledì 15 settembre 2010

Scorci critici di F.Ruinetti su Dario Polvani


sull'opera di

DARIO POLVANI

La percezione delle immagini, siano esse della realtà oggettiva, della memoria o dell’immaginazione, è certa, ma contemporaneamente è anche evanescente. Viene da credere, allorché consideriamo le opere pittoriche di Dario Polvani, che i motivi sono quasi sospesi nel tempo e vengono incontro sul punto della loro massima visibilità, come se poi dovessero trascorrere nel passato. Ogni proposta ha i caratteri di una parvenza, un miraggio più o meno lontano, fatto di luci e luminescenze labili, ma che intonano atmosfere assorte, le soste nelle emozioni. Eppure quelle figurazioni così eteree, se non addirittura rarefatte, hanno una forza particolare, tornano a galla nella memoria, insistono con le chiarità che si dissolvono nella dolcezza.
I soggetti sono più suggeriti che scanditi da questo artista che rappresenta il vero senza aggredirlo con i suoni alti della tavolozza, bensì lo sfiora con i veli del pennello e coglie soprattutto la leggerezza della poesia. E’ un modo originale di fare pittura, coraggioso e suggestivo.
A prima vista ogni veduta pittorica traspare in una caligine omogenea e suscita interesse. Più l’attenzione si sofferma, tantopiù l’argomento si definisce in una luminosità che cresce. E’ come quando in certi mattini la nebbia lentamente si dirada e il paesaggio compare nella sua bellezza.
Gli argomenti che diventano protagonisti delle tele subiscono il vaglio della personalità del pittore, è come se li vedesse dentro, oltre che fuori, di sé. Così l’arte consiste nella modificazione di cui, molto tempo fa, argomentava il critico Marangoni.
Quella luce, così sillabata e soffusa potrebbe essere l’anima del paesaggio o di qualsiasi altra scena dipinta.
(Franco Ruinetti)