Premio Fighille 2018

venerdì 6 luglio 2018

Altri tempi... (by Franco Ruinetti)






I 'corvi neri'

Eravamo appena ragazzi nei primi anni '50 e subito dopo aver pranzato si correva nell'alberato Parco della Rimembranza, per giocare al pallone. Tutti i giorni una sfida. Quando s'era in numero dispari, uno faceva il direttore di gara, altrimenti eravamo contemporaneamente giocatori e arbitri. Talvolta s'accendevano discussioni, non esisteva né il fuori gioco, né il calcio d'angolo. Non si poteva dare cazzotti. Il campo presentava delle irregolarità. Le dimensioni contenute consentivano di segnare molti gol. Quando il calciatore aveva la palla, difficilmente la passava al compagno di squadra, procedeva verso la porta avversaria, zigzagando tra gli oppositori che cercavano di ostacolarlo. Doveva scartare non solo i ragazzi e uno o due ippocastani, capitava dovesse dribblare persino il cane di Menchino quando faceva un'incursione e correva come pazzo.

Successero anche fatti, che, di certo, chi li ha vissuti, non li ha dimenticati. Una volta Tonio tirò un calcio con tutta la forza, ma la palla finì oltre la strada e centrò la testa di una giovane che stava amoreggiando seduta all'ombra su una panchina di pietra. Il fidanzato s'alzò di scatto e cominciò a rincorrerci gridando e gesticolando. Ma noi, recuperata la palla, che non era pesante perché di gomma, ci sparpagliammo fuggendo, così l'energumeno, disorientato, sembrò calmarsi e tornò all'ufficio bruscamente interrotto.

Si urlava, sudava, ci scambiavamo, ma involontariamente, calci sugli stinchi, si litigava forte, però la rabbia evaporava con la fine della partita.

Una volta il solito Tonio sferrò una poderosa pedata a vanvera e la palla finì nella strada addosso al corteo dei seminaristi (allora a Sansepolcro c'era il seminario), che tutti i giorni uscivano in ordine per godere di un'ora d'aria. Erano i 'mezzi preti', in schiera a due per due. Indossavano la talare, li guidava un prete vero alto come un cipresso. Quella palla, capitata tra le tonache, fu una tentazione irresistibile, un'improvvisa ubriacatura collettiva. I pretini ruppero le righe, fecero invasione di campo, precipitarono come un'orda alla volta dell'ultimo difensore Gigetto, che si riparò dietro il querciolo, un palo della porta, e gridò a tutto fiato:

I corvi neri, i corvi neri!”


Il prete-cipresso, durante la sedizione non si mosse, rimase come piantato in mezzo alla strada e i seminaristi, segnato il gol fuori ordinanza, si ricomposero in fila a testa bassa. Dopo quel giorno non si videro più sfilare nella strada che costeggia il Parco della Rimembranza.



Nella piazzetta

Nel '47, l'anno prima del terremoto e delle decisive votazioni, io frequentavo ancora la scuola elementare. La mattina mi sbrigavo per andare nella piazzetta di Santa chiara almeno venti minuti prima che la bidella aprisse il grande portone della scuola. Mia madre apprezzava questa mia premura. Poveretta, non poteva immaginare che quella fretta non derivava dalla voglia di studiare. La piazzetta, di prima mattina, per me era magica, piena di vita, mi piaceva. In un lato s'apriva il fondo del maniscalco, un antro annerito dal fumo, dove talvolta si vedevano gli animali portati a ferrare. Il maestro disse che si chiamava mascalcia. Ero contento e mi sentivo importante quando giravo la ventola della forgia, per il quale piccolo servizio fui compensato con un ferro di cavallo porta fortuna, che prima tenni nella cartella, poi lo misi sotto il guanciale e infine non lo ritrovai.

Talvolta capitava che alcuni di noi ragazzi, chi c'era c'era, all'improvviso ci si disponesse per saltare la cavallina. Deposte le cartelle, balzavamo sui gropponi di quelli che s'erano accovacciati in fila fino a quando la catasta crollava con urli e battimani. Il gioco era corale, di certo non istruttivo e anche un po' pericoloso, ma allora bastava poco per divertirsi, poi nessuno si faceva male.

Altro gioco abbastanza praticato nella piazzetta era il battimuro con le monete avanzate dal fascismo. Ci si inginocchiava, si scagliava la moneta da una certa distanza e vinceva quella che restava più vicina al muro. Io vinsi e mi ritrovai un barattolo di soldi di varie leghe, da pochi centesimi fino alle due lire. Li tenevo da conto, poi non so che fine abbiano fatto.

Una mattina la Nella, più tonda che alta, litigava col marito seduto a fumare sul parapetto della vasca al centro della piazza. Lei ad un tratto si mise a gridare forte, ad agitare le mani, ma lui faceva l'indifferente, volgeva lo sguardo in alto, da un'altra parte. Allora lei, di scatto, lo prese per i piedi e lo rovesciò nell'acqua. Così quella mattina io scrissi nel diario, sul quaderno di classe, che quella donna aveva inzuppato il marito, gli aveva fatto fare il bagno, il bucato e gli aveva spento la sigaretta. Conclusi sentenziando che le mogli grasse e corte sono pericolose.

Franco Ruinetti