martedì 30 novembre 2021

Quando ero ragazzo (by Franco Ruinetti)

 

 

  

QUANDO ERO RAGAZZO

Correvano gli anni giovani del dopoguerra e io non mettevo più i calzoni corti.

In una casa vicina alla mia, alta sulla facciata, c'era la ferita aperta da una cannonata. La consideravo una grande bocca tedesca digrignata.

Sulla via Maestra non si vedevano segnali stradali. Tutti potevano transitare: carretti, cani, qualche gallina, rari automezzi, carri agricoli. Prima della cena ci si svolgeva il passeggio. Era piena di movimento. Le vetrine dei negozi specchiavano i passanti. Io guardavo con ammirazione le code di cavallo bionde o brune e mi attiravano forte le gambe abbronzate dalle calze di nylon, novità della seduzione.

Quella volta, traballante, portavo una bigoncia piena di feccia delle botti per versarla in un tinello fuori dal portone. Intrampolai e qualche schizzo colpì una signorina. Allora il suo cavaliere mi afferrò minaccioso per lo stomaco, ma mi lasciò e mi spalmò una carezza sui capelli perché il negoziante enorme, sull'uscio del negozio, che indossava uno scampolo di grembiule bianco con la pettorina, gli disse: “Lascialo perché se gli fai male ti porta male.”

Nel '46 io avevo 9 anni. Ricordo la piazza piena di gente che ora applaudiva, urlava, ora in un silenzio da cimitero tendeva le orecchie al balcone del conferenziere. “... è arrivata l'ora di dare fuoco al pagliaio dei privilegi, finalmente l'Italia sarà nostra, non saremo più inquilini del re, questo è l'anno zero e le donne valgono quanto gli uomini perché hanno diritto al voto … W le donne W l'Italia.”

Ancora in paese non erano arrivate le lavatrici e la Menchina colmava il carretto di panni per lavarli alle vasche pubbliche. Era una donna magra col vestito e il fazzoletto in testa neri. Aveva da sempre fatto quel mestiere. Poveretta. Dura di orecchie, era 'la Menca sorda'. La conoscevano tutti. Quando passava davanti al bar qualcuno la chiamava:

“Menca, venite a bere.”

“Che!? Ah...sì.”

Lasciava le stanghe del carretto e non si curava se qualche lenzuolo e delle mutande scivolavano per terra.

“Che bevete?”

“Il tamarindo.”

Il cameriere le preparava, sul piano del bancone, il solito bicchiere di vino. Col cucchiaino, per non dare nell'occhio.

Spesso, di mattina, mia madre mi chiamava per fare il fuochista. Dovevo ravvivare il fuoco di carbone agitando al fornello la ventola, alla quale, di nascosto, tolsi qualche penna, che volevo usare per scrivere come gli antichi frati. Ma il risultato fu quello di fare delle nuvole nere di inchiostro nel quaderno di scuola.

Ricordo bene: era il '48, l'anno del terremoto. Andando a comprare il pane incontravo, dal giornalaio, Fulvia Franco sulla copertina di una rivista. Ci passavo e ripassavo. Fu subito un grande amore. Aveva la calamita nel sorriso e le labbra da baci.

Qualche notte mi capitava di non riuscire a dormire e guardavo la luna nei vetri della finestra, che era nuda, cioè senza gli scuri, né le persiane. Transitava lenta lenta per il funerale a luce fredda del giorno da seppellire nell'infinito cimitero della notte dove pure giacciono gli innumerevoli giorni del passato.

E pensavo, pensavo al mondo, grande formicaio di uomini che ci sono, ma non sanno niente e poi mi veniva il magone per la vita, lucciola breve. Allora pregavo per ringraziare Dio perché respiravo, ma maledivo la scuola. Brutta invenzione.

La mia casa, al centro del paese, nata nel medioevo, era grande con tanti fondi, sottofondi, stanze, sottoscale, bugigattoli, soffitta, terrazze e terrazzini. Era l'ideale per il gioco del nascondino. C'era il chiostro con qualche vaso di piante ornamentali dove, per un breve periodo vi gorgheggiò un tacchino, che con la coda faceva la ruota e, secondo me, era parente povero del nobile pavone. Mi ci ero affezionato. Beccava i fiori. Quando mia madre lo cucinò io non lo mangiai. A quel tempo, nel palazzo, abitavano numerose persone e il portone di cipresso, alto come quello di una chiesa, restava sempre aperto. Il corridoio d'ingresso, spazioso, era frequentato anche di notte.

Alla stagione del calore vi si davano convegno i gatti e le femmine urlavano come se le scannassero. Qualcuno li scacciava, ma tornavano. Quegli acuti corali, sgraziati, strappavano il sonno.

Chiesi all'anziana signora Francesca che sapevo le mancasse qualche venerdì:

“Ha sentito le serenate stanotte?”

“Che è successo?”

“Niente, c'erano i gatti in allegria...”

“No, rispose. I soldi peggio spesi sono in farmacia:”

Chissà che aveva capito?

Un pomeriggio, mentre ero seduto sul gradino all'ingresso e mangiavo la merenda, pane burro e una spolverata di zucchero, sentii che il maestro, inquilino del primo piano, uomo istruito, raccontava ad una donna, non sapevo chi fosse, di avere intravisto, dietro il portone, a notte inoltrata, la sora Terzilla col suo 'drudo'.

“L'ho riconosciuta anche con la poca luce della strada.”

“Lui chi era?”

“Non saprei, ma meglio loro che i gatti. Almeno non urlano:”

“Ma vedi un po'... la Terzilla! E' avanti con gli anni.”

“Evidentemente è in calore a tempo indeterminato.”

Quella mattina mia madre mi disse di andare a comprare un sacchetto di carbone, ma non potei uscire di casa. All'ingresso c'era la Viola che si dava un gran da fare e brontolava a mezza voce.

“Aspetta, mi ordinò, non vedi che pulisco? Se non ci penso io qui diventa una concimaia.”

La Viola era ancora giovane o quasi e mi sembrava bella soda come una schietta mela matura, non era sposata, ma 'zitella', faceva i servizi, tutti i lavori che le capitavano. Abitava con sua madre al secondo piano.

Comparve il maestro e chiese il permesso di passare, uscire.

“Aspetta, lavoro anche per te!”

Gli aveva dato del tu, forse per lei tra tu, lei, voi non c'era differenza.

Borbottava, ramazzava, gettava acqua dai secchi. Il portone era spalancato e nella strada qualche passare si teneva alla larga.

“Maiali, ringhiava, piscioni, puzzano,”

Poi, agitando più forte la scopa, cantava in sordina “Bongo bongo bongo ... maiali vanno alla bettola fino a tardi, stare bene solo al Congo poi vengono qui a pisciare, porci, tutti uguali, puzzano...”

“Non faccia di tutta l'erba un fascio”, intervenne il maestro.

Lei sospese per un attimo il lavoro e, voltandosi verso di lui, gli sparò un'occhiata.

 


Franco Ruinetti