martedì 2 giugno 2020

Giostra d'amore (by Franco Ruinetti)





GIOSTRA D'AMORE



La mora, la bionda



E' trascorso mezzo secolo, che pesa come un sacco di mezzo quintale caricato sulle spalle, ma i ricordi sono presenti, pare che tanto tempo non sia passato. Ritengo di avere buona memoria, così, con la mente, torno a scuola: classe quinta, sez. A. All'ultimo banco, accanto al muro, erano sedute la Dina e la Berta, ambedue belle come il sole, la prima con una gran chioma inanellata nero-china, l'altra bionda con la coda di cavallo. Loro e non la finestra davano la luce all'aula. Erano anche brave, alla maturità presero il massimo dei voti.

La Berta non l'ho più rivista. Ho saputo che si è sposata e ha generato numerosi figli, che vive al nord, non so se dell'Italia o dell'Europa. Comunque la sua appare essere una storia di serena normalità.

Diversa è la storia della Dina, che conosco, credo bene, perché l'ho periodicamente rincontrata. Partecipò anche alla 'rimpatriata', alla cena della nostalgia o, come titolava l'invito, alla 'maturità d'argento', cioè dopo 25 anni, alla quale fummo presenti 17 su 25.

La Dina ha resistito bene agli assalti del tempo. Di certo si è sempre avvalsa di un trucco sapiente. Diventò, come si diceva una volta, una maggiorata per le rotondità pronunciate nei punti giusti.

Ricordo molto di lei. Ma non ero un suo aspirante perché non all'altezza: con i tacchi mi superava di 15 cm. e la guardavo dal basso in alto.

Nell'incontro a tavola, piacevole, ma anche velato di malinconia, ebbi conferma, ascoltando chiacchiere sparse, di quanto fosse stata precoce in amore questa avvenente studentessa. Aveva cominciato a correre la cavallina dalla terza media. Aveva flirtato con mezza squadra di calcio under 21, compreso un segnalinee.

Marco le ricordò:

"A me non mi volesti."

"Non facevi sport, eri troppo serio."

Smise di frequentare gli atleti dopo che il medio-massimo, campione regionale, le fece un occhio blu. In seguito sposò un bancario e fu fedele, ma rimase vedova che non aveva trent'anni.

La incontrai due volte al cimitero.

La prima volta era inconsolabile e mi disse, indicandomi la fotografia del marito:

"Gli parlo, mi risponde, muove la testa in segno che non devo cedere, ancora lui mi ama, l'amore vero è eterno, ti ricordi Eloisa?"

La seconda volta mi prese sottobraccio:

"Lo vedi? Gli dico che Mario insiste e lui non risponde più. Che devo fare?"

"Fai quello che ti dice il cuore, di eterno, dov'è tuo marito, c'è solo la pace e poi chi tace acconsente."



Il cacciatore di precisione



Stamattina, come sempre quando mi alzo, mi sono affacciato alla finestra, che dà sul giardino di una gran villa. Roba da ricchi. Guardavo alla pozza d'acqua e dintorni perché cercavo la rana che ieri sera non ha cantato. Non l'ho vista. Ho visto, invece, una scena straziante. Una merla, tendente al grigio, strattonava suo marito merlo stecchito, steso a terra, con le zampette in aria e le ali aperte come se fosse in croce. Moglie e marito, li conosco, hanno il nido nel cipresso argentato. Mi è venuto in mente che, se tornasse, il poeta Pascoli avrebbe motivo di scrivere un'altra poesia simile a quella della rondine che cadde tra i spini. Ogni tanto la merla lasciava la presa e batteva il becco sul petto del merlo forse sperando di rianimarlo con gli ultimi baci.

Mi sono ritirato, non volevo più guardare. Quella rappresentazione di amore e morte mi rattristava anche se i protagonisti erano semplici uccelli.



Nel pomeriggio quell'uomo che abita sopra di me, un giovane sui trent'anni, mi ha domandato:

"Stanotte hai dormito meglio?"

"Perché me lo chiedi?"

"Perché il ranocchio non ha cantato."

"Come mai, ha mal di gola?"

"Ho sparato a lui e al merlo."

"Davvero!? Non ho sentito gli spari."

"Ho una carabina che tira pallini ad aria compressa e è dotata del cannocchiale di precisione. Non fa rumore, è infallibile, un divertimento..."

"Peccato perché a me il gracidio e il pigolio facevano compagnia."

Me ne sono andato lasciandolo con mezzo sorriso smarrito stampato in faccia.



Una paternità



Ogni tanto vado a camminare in collina fino ad una casa abbandonata dalle pietre angolari perfette che mi rappresentano il lavoro e la bravura degli scalpellini. Le fanno compagnia il fosso col mormorio lento e il pioppo gigante sempre festoso, che saluta con le foglie mosse dal respiro della brezza.

Mi è caro questo pioppo, lo vedo con piacere, è mio amico. Gli è cresciuto vicino, quasi addosso, un figlio ormai giunto all'età della prima adolescenza. Sembra che, con i rami bassi, lo abbracci, protegga. A me dà l'idea di una paternità che è un argomento raramente considerato in arte. Mentre, al contrario, ho spesso incontrato le maternità.

Franco Ruinetti