Premio Fighille 2018

martedì 27 marzo 2018

La seduta spiritica (by Franco Ruinetti)

Con un giro di telefonate ci mettemmo d'accordo: quella sera stessa io, Nello ed Enzo (che si firma Man) avremmo partecipato ad una seduta spiritica. 
La cosa m'incuriosiva, non c'ero mai stato. All'ora stabilita ci ritrovammo in una piazzola un po' fuori mano dove erano convenute diverse persone che aspettavano di entrare in quel locale, un bar attivo solo d'estate. Era una brutta sera, anzi ormai notte, di novembre col cielo coperto da una coltre di nuvole e l'orizzonte che s'accendeva per le scariche dei fulmini. La scarsa luce di una lampadina sopra l'ingresso rendeva labili le fisionomie. L'atmosfera dell'attesa era pesante, surreale, io non volevo riconoscerlo, ma avvertivo una certa inquietudine, come una prurigine, che però attribuivo al fresco dell'autunno inoltrato. Cominciai a girellare con le mani nelle tasche per darmi un contegno. M'avvicinai ad un gruppetto di donne nel quale una signora parlava a macchinetta. Magnificava le doti della medium Amalia, 'la più potente che avesse mai conosciuto'. Un grosso cane nero, dal pelo folto e lungo, mi intercettò per perlustrarmi insistentemente davanti e di dietro facendomi sentire a disagio.
Enzo mi confidò sottovoce: “Ho quasi paura”. 
Gli risposi stirando il sorriso: “Non ti pisciare addosso”.
Finalmente un uomo comparve nel vano della porta. Allampanato, cianotico, vestito di scuro, compresa la camicia, con un'onda di capelli grigi sulla fronte, mi parve bello come un calcio nello stinco.
Potete entrare”.
Ci mettemmo seduti come capitava. Le sedie erano pari al numero dei presenti e questo, ritenni, fosse un indice di professionalità. In fondo alla lunga tavola, formata accostando più tavolini, di quelli per il gioco delle carte, con i posacenere d'ottone incastrati, sedeva lei, la medium, sulla quarantina, di buona stazza. Alla sua sinistra s'ergeva in piedi l'assistente immobile, che ad un tratto tossì dimostrando di respirare.
A questa seduta partecipano tre persone che non conosciamo, esordì l'uomo nero e continuò: “Ad esse presento la maga Amalia e me stesso, che sono Amilcare, l'assistente. Voi chi siete? Dite solo i nomi.”
Nello”.
Enzo”.
Franco”.
Ecco, riprese Amilcare, tu Franco Vieni a sederti vicino alla medium e tu Rino cedigli il posto”.
Non capisco perché devo venire laggiù, mi trovo bene qui!”
Perché sei scettico, perlomeno agnostico. Forza, vieni”.
Questa è bella, mugugnai tra me. Come faceva a saperlo?”
Non insistetti, ubbidii.
La medium cominciò a respirare forte, pareva mimasse una locomotiva a vapore.
Fate la catena, fate la catena”, ingiunse Amilcare, il quale schiacciò con i polpastrelli delle dita la fiamma tremolante di un cero che aveva davanti sul tavolo. Il locale affogò nel buio di tanto in tanto mosso da qualche brivido dei lampi lontani che battevano sui vetri a raggiera della porta.
La medium rantolava. Amilcare spiegò “Ecco, cade in trance”, quindi chiese all'entità che si stava manifestando: “dimmi chi sei, ti conosciamo?”
Per tutta risposta la medium pronunciò parole strane.
Erano certamente le frasi pronunciate da un'anima sbarcata qui a riva dall'antichità babilonese, fenicia, chissà da dove”. Così spiegò con sicurezza l'assistente.
Poi venne Mussolini. La voce era la sua.
Lui viene sempre, disse ancora Amilcare, si fa largo, ha una forte personalità”.
Infine intervenne una donna che il mio vicino mi presentò con qualche sussurro. Era una medium del '600 massacrata dalla Santa Inquisizione. Appariva con una certa frequenza alle sedute. Aveva la voce limpida, fanciulla, cadenza pesarese. Gli astanti la accolsero familiarmente, con calore, battendo le mani sui tavoli.
Ciao Nello, Man, Franco. Rivolgetemi delle domande”.
Mi feci coraggio: “Ma tu sai tutto?”
Sì, interferì l'assistente, lei sa tutto quello che è nel passato. Il futuro è nelle mani di Dio, quindi non chiedere i numeri del lotto”.
Come si chiamava mio padre?”
A questo punto la medium cominciò ad ondeggiare sulla seggiola, mentre formulava qualche sillaba. :”An... Giu... Al...,” Raschiò come una macchina che non va in moto.
Soffriva, poveretta, volli darle una spinta.
Si chiamava Ascle...
Ah, sì, Asclete?.”
No.”
Ascledio?.”
Si chiamava Asclepiade.”
Sì, è vero, Asclepiade è qui con me.”
Vedi, l'ha trovato, disse Amilcare soddisfatto o quasi.
Fuori c'erano delle pozzanghere, ma non pioveva più. Il grosso cane nero mi venne vicino a scrollarsi vigorosamente somministrandomi ondate di schizzi.

Franco Ruinetti