domenica 1 agosto 2010

De Gobbis Sebastian


Sebastian De Gobbis nasce a Beirut, in Libano, nel 1971 da una famiglia di origine veneziana. Una volta  tornato in Italia, ancora adolescente, da Venezia si trasferisce a Verona, per frequentare il Liceo Artistico. Negli anni si accosta ad ambienti artistico-culturali diversi, viaggia per approfondire la propria cultura e decide di dedicarsi interamente alla pittura. Dal 1995 cura e allestisce mostre personali in varie gallerie italiane ed estere. Da alcuni anni protagonista nei piu' importanti concorsi di pittura italiani.


Cosi' parla della sua pittura Giorgio Falossi: "Una figurazione autentica e attuale quella di Sebastian De Gobbis, sorretta da un cromatismo quasi monocolore, un marrone che gioca con le ombre e si ingentilisce con la luce dei bianchi. creando oltre che lo spazio anche il tempo dell’attualità dell’esecuzione. Tendenza fauvistica quella del segno, per cui l’atmosfera gravita di impressioni silenti sino alla melanconia e, nel suo disporsi di interferenze e gradazioni, crea armoniose configurazioni". 
Questo invece un pensiero critico di Camilla Ugolini: "Entrare nella casa-studio di Sebastian è un po’ come accedere al bateau-lavoir di Picasso e dei suoi amici. L’aroma del cafè e del quotidiano si mischiano agli odori quasi impercettibili delle resine con cui Sebastian dà volto ad un’impressione. L’impressione di uno sguardo incrociato con uno sconosciuto. Sebastian cavalca l’onda dello sconosciuto, che non è altro che il ponte fra scienza e arte. Tra i ripiani dello spazio che resta disponibile fra i dipinti accostati l’uno accanto all’altro, si incontrano i libri, con le loro parole che danno voce a ciò che Sebastian, come afferma, sa dire solo con la pennellata. In primo piano, il Trattato della pittura di Leonardo che rimanda a quel connubio fra pittura e scienza che nell’arte di oggi sembrerebbe perduto, ma che in realtà persiste, seppur in forme diverse. Perché se i paradigmi della scienza sono mutati, lo sono anche quelli dell’arte, e viceversa. L’uomo è ancora fulcro del conoscibile, perché nell’uomo tutto l’universo si coagula in piccola scala. Ma l’uomo è al contempo condensazione dello sconosciuto, utopia continua, almeno per il tempo in cui il genere umano vuole resistere. Il tratto nei dipinti di sebastian non è un tratto verista, scientifico nel senso moderno del termine. La soggettività in arte e la sua fierezza sono giunte sino a lui, e si vedono. La spatolata veloce, i contorni sfumati, il colorismo espressionista, a volte pop."


Erede di una tradizione e consapevole, grato di esserlo, sebastian sembra catturare quel momento in cui tutto si ferma e al contempo ogni cosa danza intorno al vuoto. Come dirlo, questo vuoto? Non si può, in verità, si può solo coglierlo, danzandoci attorno. Con parola poetica, altrove, qui con il colore.Ecco che allora il tratto in un volto non può che perdersi quasi e farsi pulviscolo o divenire più denso altrove, non importa. Quello ha a che fare col divenire, con la mutevolezza delle forme. Ma ciò che resta, oltre questo o quel punto colorato di una tonalità che non appartiene al realismo crudo della vita, ciò che resta è la “rovina” dell’essenzialità. Lo sguardo triste di un volto di donna e ciò che assorbe, che trascina, che cattura con forza, e intorno nasce un momento fermo in cui tutta la superficie quasi si dimentica.Tanto si dice dell’ispirazione in arte. Ma nessuno saprebbe trasmetterla a chi non ne ha esperienza, a chi non ne è attraversato. E non certo con la parola. Ispirarsi e ispirare contengono quell’attimo in cui qualcosa di ineffabile entra e si ferma, per un lasso impercettibile di tempo. Si ferma, ma è anche già li, pronto ad offrirsi.E forse l’ispirazione non è che una salita che porta ad un punto in cui tutto ciò che non conta muore e resta l’essenza, ciò che è. Allora non importa che il volto che contiene, nasconde e rivela ciò che è sia quello di un direttore d’orchestra o dell’avventore casuale di un ristorante. Quell’essenza è di tutti, e prende colore. Senza particolari legami simbolici, sebastian usa il colore come reagente dell’anima, che la svela, la ingrandisce, la porta alla riconoscibilità. Quello sconosciuto, incontrato sulla propria strada, diventa riconoscibile nel suo esser parte dell’essenza di ognuno. C’è qualcosa di vero nel blu nel verde che colorano il volto, o nel giallo che circonda gli occhi. Il vero d’altronde è la danza del mondo, che fa ogni attimo diverso da altro.
 

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Ghisoni Andrea


Andrea Ghisoni è nato a Soncino (Cremona) nel 1939. Dopo aver lavorato per anni in Svizzera è ritornato in Italia. Ha cominciato a dedicarsi alla pittura entrando in contatto con il professor Enea Ferrari, pittore e insegnante di disegno. Dal 1973 al 1977 ha frequentato, nella sua città natale, la Scuola Regionale di disegno, pittura e scultura, conseguendo il diploma di Maestro d’Arte. Nel 1979 ha ottenuto il suo primo importante riconoscimento ufficiale, vale a dire il Primo Premio nella “Sezione acquerello” alla prima Biennale “Città di Casalmaggiore”. Da allora ad oggi i riconoscimenti ricevuti per la sua pittura non sono più mancati: ha superato la soglia dei 100 primi premi in concorsi di pittura. preso parte, a Cremona, al corso di anatomia, nudo e copia dal vero, presso Il Circolo Artistico “Leonardo”, tenuto dal professor Giorgio Mori. Utilizza più frequentemente l’olio, l’acrilico e l’acquerello. I soggetti che predilige ed affronta con maggiore frequenza sono i ritratti, le nature morte e i paesaggi, anche se non mancano quadri a tema sacro. 
Dal 2016 il Piccolomuseo di Fighille ospita una sua opera.


Cosi' scrive della sua arte Simone Fappanni: «Il moderno realismo, di forte caratura emozionale, che contraddistingue la ricerca espressiva di Andrea Ghisoni, possiede il dono della soavità e quello dell’evocazione. Non a caso i suoi quadri, apprezzati in numerose mostre e premiati in parecchie manifestazioni culturali, risultano in grado di attrarre l’osservatore per un’estrema leggibilità. Una chiarezza narrativa, quella dell’artista soncinese, che si basa fondamentalmente su due componenti: un disegno inappuntabile, maturato in anni di severo impegno e perfezionato grazie ai maestri Enea Ferrari e Giorgio Mori, e una coloristica dalle tinte che riescono magistralmente a proporre una resa sorprendente del soggetto.Tuttavia, sarebbe un grave errore, a nostro avviso, inserire questa esperienza creativa nel solco di quel genere di pittura che viene definita, talvolta in un’accezione ingiustamente riduttiva, “fotografica”. Infatti, Andrea non intende offrire una mera riproduzione del reale, operazione di per sé nobile e indubbiamente rispettabile, quanto piuttosto presentare al fruitore una “testimonianza pittorica” di ciò che un soggetto è in un determinato, particolarissimo istante, che pertanto viene fissato sulla tela o sulla carta. Di qui si spiega la meticolosità con cui Ghisoni esegue ogni sua opera: la ricerca del particolare, anche quello apparentemente insignificante, si risolve in una operazione che, lungi dal configurarsi come un mero esercizio accademico, risulta invece il cardine attorno al quale ruota la composizione nella sua interezza».



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Castiglioni Claudio

 

Claudio Castiglioni da alcuni anni si dedica a tempo pieno alla sua grande passione che è sempre stata l’acquarello, folgorato giovanissimo da William Turner e dai grandi acquarellisti inglesi.
Ancora ragazzo, ha la fortuna di poter dipingere “en plein air” con la grande Dina Bellotti, paesaggi di Roma e della campagna romana. In questi ultimi anni si è dedicato con caparbietà e slancio allo studio di grandi acquerellisti contemporanei. Il suo tratto veloce e libero non segue i canoni classici di questa magnifica tecnica convinto com’è che il risultato migliore in pittura si ottenga togliendo il più possibile e non aggiungendo dettagli.

«La pennellata di Castiglioni – spiega la critica d’arte Mara Ferloni – è a volte spregiudicata, ma crea atmosfere speciali dove i personaggi, quasi sempre presenti nei suoi lavori sono, come direbbe Vincent Van Gogh, “circondati dall’aria e sembrano poterla respirare”».

Castiglioni racconta, con immagini di luce e colore, le architetture di Piazza del Popolo, di Piazza Navona, di Via del Babbuino a Roma, o del Duomo di Milano, ma anche la poesia della natura, fra barche al tramonto, o le suggestioni del mare del porto di Nettuno.
Convinto sostenitore dell’associazionismo, promuove e fonda l’Associazione Romana Acquerellisti della quale diventa primo Presidente e della quale è tutt’ora Predidente Onorario. 
Partecipa con successo a numerose manifestazioni nazionali ed internazionali ed è protagonista in importanti mostre collettive. E' presente nella collezione del Piccolomuseo di Fighille dal 2016.


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Coppola Ferdinando



Ferdinando Coppola nasce a Viareggio nel 1945. Dopo aver conseguito la maturità artistica, si iscrive all'Accademia di belle arti di Carrara e nel 1971 si. diploma al Corso di scultura. L'anno successivo si iscrive al corso di pittura instaurando ottimi rapporti con i docenti delle varie discipline: P.C. Santini, docente di storia dell'arte, L. Bernardi, docente di Estetica e Teoria della percezione visiva, e D. Viggiano, docente di tecniche calcografiche. La sua attività artistica inizia nel 1970 con una mostra personale alla galleria Procellaria di Sarzana e, nello stesso anno, viene scelto come rappresentante dell'Accademia alla "II Esposicao de arte universitaria" di Lisbona ottenendo un inaspettato successo.



Ancora studente frequenta lo studio di C. Mattioli e, a Viareggio, quelli di R. Santini e di M. Colzi. Nel 1974 ottiene la nomina per l'insegnamento di Discipline pittoriche presso il I Liceo artistico di via Ripetta a Roma. In questi anni conosce G. Turcato ed E. Greco e frequenta i loro laboratori. Nello stesso anno espone alla galleria E. Alfieri in via del Corso. Finito il periodo di docenza a Roma, rientra a Viareggio e prosegue il percorso didattico presso il Liceo artistico di Lucca. Pur avendo abbandonato la scultura, continua a frequentare i laboratori della ditta Henraux dove conosce M. Marini ed H. Moore. Nel 1974 è tra i fondatori dell'A.A.A. (Associazione Amatori d'Arte). Verso il 1978 conosce alcuni pittori della Nuova Figurazione, tra questi: O. Martinelli, S. Luporini, G.Banchieri. Collabora all'allestimento delle mostre del Premio Letterario Viareggio (E. Greco, U. Attardi, R. Guttuso, A. Murer, ecc.).

Nel 1980 è tra i soci fondatori dell'A.A.V. (Associazione Artisti Versiliesi) e ne sarà il vicepresidente fino al 1993. Nel 1982 ottiene il comando dalla S.B.A.A.A. presso il Museo di Palazzo Mansi a Lucca dove è responsabile della Sezione didattica. Tiene corsi di pittura, scultura e grafica. Nel 1985 torna a insegnare. Da alcuni anni si dedica alla progettazione grafica; l'ultimo lavoro è il logo per Agenda 21 dell'Assessorato all'ambiente della Provincia di Lucca.
E' presente con una sua opera nel Piccolomuseo di Fighille dal 2016.


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Turle Sergio


Sergio Turle è di Romanengo, in provincia di Cremona, ma abita da anni a Liscate (Milano). Da tempo si è dedicato all'arte, cimentandosi nella pittura realistica. Dotato di talento naturale, ha affinato la propria tecnica attraverso la frequentazione della Scuola d'Arte Pittorica di Cassano d'Adda, trovando una propria strada nella figurazione ricca di colore e contrasti cromatici. Turle ha partecipato, e partecipa tuttora, ad importanti concorsi nazionali, riscuotendo notevoli successi di critica e di pubblico.
I suoi soggetti sono vari e in tutti sono presenti delle foglie, da cui il suo nome, con cui è conosciuto in tutta la Martesana, di "Pittore delle foglie". Tramite un incarico dell'associazione ACADA, il pittore liscatese ha realizzato, fra il 2013 e il 2014, un gigantesco dipinto raffigurante S.Sebastiano, S.Rocco e il suo cane, la Madonna con il Bambino, che ora campeggia sulla parete della "Corte dei Sciuri" a Vignate, in provincia di Milano, in sostituzione di precedenti opere consimili ammalorate e riguardanti immagini a protezione della peste. Dal 2016 il Piccolomuseo di Fighille ospita una sua opera. 


Cosi' scrive della sua arte Dario Lodi: L'artista vuole dare emozioni e per questo rafforza i suoi soggetti dotandoli anche di quegli elementi naturali come appunto, la foglia, che troviamo in ogni quadro. La sua pittura chiara, splendente e solare, dichiaratamente figurativa è un'ammissione schietta di chi non si vergogna a muovere la sua ricerca sulla storia delle immagini.... immagini che risultano continuamenti piacevoli e non lontane da espressioni profonde che molta parte dell'arte moderna dichiara di raggiungere con segni semplicistici. Turle non vuole in fondo, che consentire una fruizione artistica a favore dello sguardo. Poi ciascuno approfondisca. E lo farà, dopo l'ammirazione del suo dipingere. I suoi ritratti fanno sognare, ogni volto di donna porta o nei capelli o appoggiata in una parte del volto un fiore, una rosa ad esempio o una foglia. 


Ancora su Sergio Turle si esprime il maestro Felice Bossone: "C'è un episodio, prima marginale, poi colto nella sua pienezza di immagine autonoma, che nella pittura di Sergio Turle sta come una condensazione marmorea della vita. E' quello delle nature morte, di foglie, che, sul finire dell'estate, cominciano a comparire con insistenza e che oscillano tra composizioni e paesaggi (onirici). Dall'interesse di questo tema se n'era già avuta indicazione quando, sulla facciata di un palazzo settecentesco, era comparso un gruppo di foglie come a sintetizzare la loro intera esistenza fino all'ultimo respiro, come essenza della pietrificazione. Sergio Turle è un caso pittorico emblematico di come la cultura produce coltura e se a questa si aggiungono le potenzialità espressive del linguaggio delle immagini, si ottengono i due elementi che da sempre contraddistinguono l'opera d'arte, ossia la qualità formale e il substrato poetico. La proposta di questo artista, nelle nature morte come nella pittura di storia da lui rimessa in vigore, senza esitazione, è propriamente anacronistica. Ogni sua opera è una creazione poetica aperta a diverse letture: puoi lasciarti prendere dalla melodia immediata dei colori e delle forme o puoi cercare di cogliere il senso sottointeso dove si dispiegano le intuizioni della coscienza."



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martedì 1 giugno 2010

Opere di Walter Marchese nel museo



Marchese Walter

 

Walter Marchese nasce a Codevigo (Padova) nel 1958, vive e lavora in provincia di Alessandria. Tema principale della sua pittura è il paesaggio, in particolare la campagna toscana, in quanto territorio unico nel suo genere per i suoi campi fioriti, le vigne e le cascine sui colli. La lavanda della Provenza o la colza, fiore giallo tipico della zona dei Laghi nel Nord Italia, ispirano i suoi dipinti ricchi di colore. Le sue pennellate sembrano fatte vibrare dal vento che pare muovere delicatamente i fiori e il loro fogliame. Anche quando dipinge Portofino usa, per il meraviglioso borgo, gli stessi toni tenui che contraddistinguono tutte le sue opere.
Nella sua carriera ha partecipato a numerosi e importanti concorsi nazionali ricevendo premi e riconoscimenti da pubblico e critica.
Dal 2018 una sua opera è esposta in permanenza presso il Piccolomuseo di Fighille. Ecco alcune sue opere recenti:



Ringraziamo l'autore per le immagini fornite.

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lunedì 31 maggio 2010

Viviani Enzo


Enzo Viviani è nato a Gonzaga, in provincia di Mantova ma vive e lavora a Verona. Diplomato al liceo artistico, ha studiato architettura a Venezia.

Dal 1970 ha allestito numerose mostre personali e partecipato ad importanti rassegne nazionali ed internazionali riscuotendo grande consenso di critica e pubblico.  Partecipa ormai da tannti anni ai piu' importanti concorsi nazionali di pittura ricevendo premi e riconoscimenti. Piu' volte premiato anche al Premio FighilleArte.
Sue opere figurano in importanti collezioni pubbliche e private nazionali ed estere. Dal 2017 una sua opera è esposta in permanenza presso il Piccolomuseo di Fighille.


Della sua arte ha scritto il critico Simone Fappanni nell'intoduzione ad un catalogo di una sua mostra personale: «le soffuse atmosfere tattili e visive di Enzo Viviani possiedono il dono della meta-narrazione: esse si configurano, infatti, come la presenza di molteplici componenti introspettive che trovano nell’insieme la propria ragione d’essere, introducendo l’osservatore in una sorta di sofisticato e affascinante “racconto onirico”. In esso pare davvero impossibile non lasciarsi piacevolmente trasportare, cercando di scoprire significati e significanti che si moltiplicano caleidoscopicamente sulla superficie del dipinto, permanendo lungamente nella memoria e nell’animo. Enzo Viviani dipinge eleganti figure che si muovono, leggerissime, in spazi senza tempo in cui è la luce che ammanta il tutto a determinarne l’esistenza, la possibilità di esprimere se stesse all’interno di intelaiature coloristiche sintagmatiche, entro le quali lo sciogliersi e il dipanarsi di ogni tinta regala emozioni che raggiungono esiti di conclamata introspezione. Si ha, dunque, la netta impressione di attraversare, con lo sguardo e con la mente, una concertata verticalità ascensionale che procede dal segno per farsi essenza in una costruzione onirica che, tuttavia, non è mai criptica, ma anzi si apre alla fruizione con una straordinaria naturalezza. Così facendo, Viviani ci conduce, quasi per mano, all’interno del suo mondo, dove un gesto diventa evocazione e un silenzio metafisico si trasforma, istantaneamente, in un appello, davvero accorato, verso il disvelamento, graduale e progressivo, di quei particolari che rendono sempre più vicina la possibilità di esperire, in noi stessi, la trama sottile che il destino riserva forse a ogni uomo».
La donazione Viviani al Piccolomuseo di Fighille (ottobre 2017)

 Ecco alcune sue opere recenti:



Ringraziamo l'autore per le immagini fornite.

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sabato 1 maggio 2010

Opere di Filippo Volpi nel museo



Volpi Filippo



Filippo Volpi nasce a Città di Castello (Perugia), il 26 Dicembre 1982. La sua vena artistica si manifesta nel Marzo 2010, a seguito della visita al museo presso la casa natale di Michelangelo Buonarroti a Caprese Michelangelo (in provincia di Arezzo), dove viene folgorato e si innamora della Scultura. Dopo i primi tentativi con utensili tutt’altro che adeguati, è stato un susseguirsi di altre Opere. Inizialmente focalizza la sua passione nella riproduzione degli antichi blasoni e stemmi in pietra, partecipando con entusiasmo alle divertenti rievocazioni storiche medioevali, esibendosi al pubblico come “scalpellino”. 



Autodidatta e sperimentatore, dal 2013, la sua creazione artistica, maturata nel frattempo, lo porta sempre più ad affinare la tecnica nello scolpire nuove opere realizzate in Marmo,  Pietra Serena  e diversificati materiali per giungere anche all’espressione Pittorica. La sua è una scultura istintiva, priva di progetti e bozzetti iniziali ma semplicemente guidata dal cuore e dalle emozioni, “ vedo il progetto finito nel blocco, quello che c’è dentro è già scritto dalle venature del marmo, dalle falde della Pietra Serena, dai nodi del legno, devo solo collegarli e ricreare quelle forme così belle e sinuose che la natura mette a disposizione “. E’ nata così la prima serie di lavori – Abbracci – ideata proprio dal modello reale di una secolare Pianta di Ulivo divisa in due tronchi e riunitasi nel fusto. Appassionato di Arte Classica e della civiltà Egizia ci ripropone le antiche divinità in chiave moderna, prive di volto e corpo definito, in un non finito, compensato dalla bellezza della materia.  



Dall’inizio del 2014, Filippo Volpi, ha già partecipato a numerose mostre collettive e personali. Tra gli eventi, una mostra personale in occasione del Maggio Castiglionese (Castiglion Fiorentino), l’esposizione durante Spoleto Festival Art, una collettiva organizzata in occasione di Gold Italy ad Arezzo Fiere (Arezzo), la realizzazione di un presepe in Pietra per la Mostra d’arte Presepiale a Città di Castello, una mostra personale a Palazzo Pretorio a Sansepolcro (Arezzo), l’esposizione presso la Scoletta San Zaccaria a Venezia e a Palazzo Varotari a Padova, la partecipazione ad una collettiva a Palazzo Palffy a Bratislava, e l’esposizione di tre sue sculture in marmo in occasione della prima biennale internazionale d’arte in Umbria tenutasi alla Rocca di Umbertide e presso il convento di San Francesco a Montone (Perugia). Tra le opere pubbliche, la realizzazione della Fonte Battesimale nella Chiesa di San Biagio di Nuvole a Città di Castello (PG).


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