
Nella sala di attesa del dentista
“Signori, armatevi di pazienza, ci vuole un po' di tempo.”
Così disse una bella ragazza comparsa nella sala d'attesa,
assistente alla poltrona del dentista, tutta bionda, in giacchetta bianca, con
uno scampolo di minigonna colore turchese, come un cielo surreale, che faceva
da vetrina a certe gambe abbronzate talmente in salute da dare alla testa.
La guardai e riflettei sull'avvertimento. Pensai che quella
giovane ci vedesse doppio perché in quella stanza ero solo, mentre lei aveva
parlato al plurale.
Presi, sul tavolo, una delle tante riviste, l'aprii a caso e mi
misi a leggere senza interesse. Quindi arrivarono due signore di mezza età, mi
salutarono con gentilezza. Le informai che c'era da aspettare.
“Abbiamo l'appuntamento.”
Tornò l'infermiera con quella sottanina che faceva gran fatica a
contenere tutta quella roba e, sorridendo, disse alle nuove venute che,
purtroppo, l'appuntamento slittava.
“Campa cavallo che l'erba cresce!” mi scappò detto.
La giovane mi colpì con un'occhiata nero di china, poi
dette un colpo di sedere, quindi scomparve dietro l'uscio. Forse avrei dovuto
stare zitto, forse no, comunque mi passò per la mente che, anche se il mio
intervento era stato infelice e le era andato di traverso, lei era bella lo
stesso.
Quelle due si misero a chiacchierare in presa diretta e mi
destarono dalla lettura svogliata. Le loro voci non erano a tutto volume eppure
riempivano la stanza. Rimisi la rivista sul tavolo. Allora m'accorsi che a
parlare era sempre la solita, l'altra annuiva, interveniva talvolta a
monosillabi, stirava un mezzo sorriso.
Il discorso filava. L'argomento non mi interessava, ma mi
incuriosiva il soggetto, lei, rossa dai capelli alle scarpe, con le labbra
bordeaux. Esprimeva grande competenza nel campo della moda, ma, per quanto la
riguardava era oltre Valentino, Dolce e Gabbana, Trussardi e altri che non
ricordo. Si vantava di non essere una presenza omologata, fotocopia creata
dallo stilista, non un clone, non una replica come tutte e tutti, che sono dei
rimorchi al traino. Aveva un eloquio sciolto, usava, a parere mio, una
terminologia appropriata in quell'argomento per me nuovo perché io mi sono
sempre vestito soltanto per necessità e decenza.
Nel raggio di sole che entrava dalla finestra aperta guardavo
muoversi il pulviscolo, che mi pareva aria fritta come le frasi che mi
piovevano addosso. Volevo pensare ad altro, ma facevo fatica, quella voce
monocorde persisteva, poi rimbalzava in capriole nel cervello e, di tanto in
tanto, tenzonava col trapano del dentista che rosicchiava i denti, il cui
sibilo passava per la porta chiusa.
“Il mio look, che ha echi nel cappotto della Cleo, la cagnolina,
continua nella presenza di mio marito con accordi, riflessi, così da stabilire
armonia spirituale e fisica. La gente ci guarda... vedi, anche quel signore mi
guarda.”
“E' vero, m'è passato il mal di denti.”
Pensavo che una come quella potesse essere capace di mettere gli
orecchini scarlatti anche al marito.
“Oggi sono in sintonia col sole. Sai, guardo il cielo appena
nasce il giorno, mi adeguo, sono figlia della meteorologia.
Chiusi gli occhi tentando ancora di assentarmi nel dormiveglia.
La fragolona ripeteva che la bellezza è armonia ecc. ecc., ma lei mi pareva
solo una marionetta tra ridicola e penosa. Pensavo che non aveva altro da
pensare: alzarsi all'alba per decidere come abbigliarsi! Mi passavano davanti
agli occhi gli accordi, le risonanze tra lei, il cane, il cielo e il marito.
Per contrasto mi veniva in mente Gosto dalla voce come il “tuon di maggio”. Era
il bifolco, che è diventato un insulto. Ribaltava i campi, aveva la canottiera,
di lana greggia filata e fatta a mano con i ferri da sua moglie. Così mi
sforzavo di evadere, tornare ragazzo, nel dopoguerra e, a tratti, le parole di
quella donna si allontanavano diventando sottofondo di quell'Ercole che mi
sembrava un semidio uscito dall'Iliade, la cui presenza, per via di
quell'indumento, faceva pendant con le pecore. Ma inutile: il presente coprì di
nuovo il passato della memoria quando quella, con tutta disinvoltura e col
consueto tono vocale, disse, cambiando bruscamente rotta, che, per contrastare
il normale procedere dell'età, aveva deciso di passare dal chirurgo plastico
per rinforzare i glutei, il culetto. E tacque perché l'infermiera spalancò la
porta:
“Signor Franco venga, tocca a lei.”
“Dalla padella sulla brace”, mormorai.
E la voce del trapano successe a quella dell'esteta.
Franco Ruinetti