
lunedì 16 novembre 2020
sabato 14 novembre 2020
lunedì 9 novembre 2020
martedì 3 novembre 2020
Ado, all'anagrafe Adone (by Franco Ruinetti)
ADO, ALL'ANAGRAFE ADONE
L'ho incontrato per caso. La casualità, a volte, riserva piacevoli sorprese. Quasi ci eravamo scontrati nella strada del mercato gonfia di folla. Ci siamo abbracciati con enfasi, platealmente.
"Ciao Ado, quanto tempo è passato!"
"Il tempo passa, ma non gli affetti."
Eravamo stati colleghi di lavoro, non di orientamento sessuale. Avevamo insegnato per diversi anni nello stesso istituto. Siamo scivolati in pensione nello stesso giorno. Assieme a lui ho viaggiato per mezza Europa, con gli studenti, in visita a strutture alberghiere, musei, cattedrali, castelli. Ovunque fossimo Ado era come a casa sua, parlava con scioltezza tutte le lingue. Con lui mi sentivo in una botte di ferro.
L'ho preso sottobraccio e ci siamo seduti ad un tavolo del bar.
"Due frizzantini."
"Come ai vecchi tempi...Hai buona memoria!"
"Sì, mi ricordo quanto fosti bravo a farti regalare per la nostra scuola una confezione di spumante in quella straordinaria cantina sotterranea dello Champagne."
"E io, sottoscritto Ado, abbreviativo di Adone, nome che non mi è mai piaciuto, ti professo la mia stima, la mia amicizia che superano il vuoto del tempo, la lontananza..."
Lui era sempre uguale, senza freni, eccessivo.
Era (e di certo è) un omosessuale, oggi si dice gay. Non lo nascondeva, anzi si dichiarava tale apertamente. Alcuni colleghi, maschi e femmine, lo evitavano, io no e, tra una lezione e l'altra, mi intrattenevo con lui. Mi faceva piacere, lo stimavo. Eccolo: "Per me, più che un amico sei un fratello, non hai mai finto di non vedermi."
"Ci mancherebbe..."
"Non hai mai fatto il sorrisetto sotto i baffi. Io sono come sono, non nascondo la mia natura. Anzi, la dico a tutti, è normale, tu sai che la mia casa è una bandiera, esternamente colore rosa, l'ho fatta tinteggiare di nuovo da poco..."
E parlava, parlava con voce misurata per non farsi sentire dai vicini.
"Che piacere incontrarti, con te mi sento libero, mi sfogo, mi scarico, scusa se salto da palo in frasca, ho poco tempo...
"Il piacere è mio...
"Vedi: ancora l'omofobia è prevalente. Eppure è triste condannare la natura che è varia, ricca, bella. Non si possono condannare le chiocciole ermafrodite, gli angeli e le anime che non hanno sesso..."
"Mi stai confondendo le idee, fatico a seguirti..."
"Papa Francesco è un grande, ha detto che siamo tutti creature di Dio, è lo stupor mundi del nostro tempo, speriamo che non lo facciano fuori, penso che corra questo rischio..."
Ado aveva iniziato a parlare con foga, a macchinetta e ad alzare la voce. Allora sono intervenuto per dirottare il discorso.
"Come mai non ti ho più visto, non abiti più nella casa rosa?"
"Sì, ma solo qualche mese all'anno, per il resto vivo alle Canarie dove è sempre primavera e l'assegno della pensione è più alto. Il mio compagno, persona cara, mi segue. Giorni or sono abbiamo, non dico festeggiato, piuttosto celebrato il 25°."
Guardava spesso verso la strada allungava il collo, pareva a mezz'aria.
Ad un certo momento si è alzato spostando la sedia::
"Vedi? E' lui!"
Volgendo lo sguardo verso la strada l'ho visto, anzi rivisto perché me l'aveva presentato tanti anni fa. Non mi apparve diverso dal ricordo, il tempo lo aveva rispettato. L'ho salutato a distanza e lui ha agitato la mano ricambiando il saluto.
Io e Ado ci siamo abbracciati senza dirci altro. Ho pensato: "Addio Ado, chissà se ti rivedrò mai più... buon viaggio nei pascoli del tempo."
L'ho seguito mentre si allontanava a passetti corti, svelti, come se indossasse una gonna lunga e stretta. Mi è parso leggero e mi ha fatto sosta nella mente, in prestito, una bella immagine: vola dal voler portato.
lunedì 2 novembre 2020
martedì 27 ottobre 2020
Due cene (by Franco Ruinetti)
DUE CENE
Carletto
Una telefonata: "Vi aspettiamo domani sera a cena, accenderemo 9 candele alla nonna, una ogni 10 anni."
Fu un invito a sorpresa fatto da parenti incontrati raramente anche perché vivevano in un paese distante una cinquantina di chilometri. Io e mia moglie non sapevamo cosa portare. Finalmente decidemmo per una bottiglia di vinsanto e una scatola di cioccolatini.
La nonna ci accolse festosa, gli altri ci salutarono in fretta, come se ci fossimo visti il giorno prima. L'anziana non dimostrava tutta la sua età: capelli neri ordinati, solo qualche ruga sulla fronte, labbra infiammate. Aveva la mente in piena efficienza.
A metà cena comparve un bambino di circa tre anni. Ad un tratto si mise in ginocchio e cominciò a gattonare.
"Carletto, ti sei svegliato!?"
Non rispose. Aveva una gran testa di riccioli biondi. Era bello. S'infilò sotto la tavola, scomparve. Cominciò a pronunciare parole, come incise nel silenzio, rifinite al cesello.
"Andate a quel paese per un mese, anche due."
Suo padre si rivolse alla moglie:
"Prendilo, portalo in camera."
"No, se ce lo porto piange e non ci lascia in pace... Sapete, queste cose le sente alla televisione e le impara subito. Spero non ripeta le parole di Beppe Grillo e quelle di Sgarbi."
"Capra, capra, capra."
"Meno male: è andato leggero!"
Intervenne la nonna, che tirava calci sotto la tavola, ma inutilmente:
"E' un angelo, figlio del nostro tempo."
E lui parlava come se il suo cervello corresse in discesa:
"Vedo la luna vedo le stelle vedo Caino che fa le frittelle vedo la tavola apparecchiata carne di topo macinata ridi ridi che la mamma ha fatto i gnocchi buon appetito a tutti belli e brutti."
La nonna tirava calci, ma lui non era alla portata dei suoi piedi.
"La Teresa quando è festa non la regala la impresta."
E così, pressappoco, per un quarto d'ora causando sorrisi a denti stretti. Per decenza non rammento le espressioni più pruriginose, che ho sulla punta della lingua. Ma le sanno tutti.
Finalmente uscì allo scoperto, salì in braccio al babbo. Tacque, era impegnato, con molto scrupolo, a scartare e mangiare i cioccolatini.
Suo padre gli tratteneva il braccio:
"Basta Carletto, ti fanno male."
"Lascialo fare, sennò piange."
"E' un angelo, poverino!"
Mangiando non diceva spropositi.
Pensavo agli angeli muti dipinti, di marmo o di stucco, che in paradiso non vedono la televisione.
Quando salutai la nonna mi stampò sulla guancia un bacio autenticato col timbro rosso.
"Torna presto."
"Sì, certo."
Dentro di me: "Tornerò dopo cena, quando gli angeli, quelli senza le ali, sono nel letto:"
Il venditore di sogni
"Vieni", mi disse Giulio, incontrato per caso e che non vedevo da un bel po'.
"Dove?"
"A scroccare una cena di pesce. Vogliono molte persone, più saremo e più sembreremo, fanno una dimostrazione. Sarà come all'inaugurazione di un negozio o di una mostra di pittura. Io entro, mi guardo intorno, guardo i quadri, mangio le tartine, bevo, dico 'bello', 'belli' e me ne vado.
Ero contento di averlo rivisto, le sue chiacchiere mi abbagliarono e, siccome quella sera avrei dovuto mangiare in solitudine perché moglie e figlio erano dai suoceri, accettai senza sapere bene cosa, come dire: al buio, per stare in compagnia.
L'appuntamento era in un albergo a tre stelle. Andammo. Ci accompagnarono al tavolo. I camerieri ci sistemarono le sedie sotto al sedere. e, mentre mi accomodavo, guardando di qua e di là, valutai che, ad occhio e croce, saremo stati una quarantina.
La cena cominciò con un aperitivo al sapore di arancia. Seguì una impepata di cozze. E, mentre servivano i tagliolini alle vongole, un signore di mezza età, in doppiopetto scuro, fece montare uno schermo. In una semioscurità discreta, confidenziale, iniziò a dimostrare le qualità dei suoi materassi, scendiletto, guanciali, lenzuoli, coperte e quant'altro. Parlava come un presentatore televisivo, con proprietà e scioltezza. Diceva che dormire bene è salute, vivere meglio e sui suoi materassi si fanno sogni piacevoli, la notte è una vacanza. Poi chiamò alla sua cattedra i commensali a lui più vicini cioè una giovane coppia di sposi, i quali prenotarono, a spron battuto, un materasso a molle di due piazze e i tappeti. Quindi invitò al suo pulpito un anziano grosso e alto. Gli propose vari acquisti che comparivano sullo schermo, ma l'acquirente non acquistava. Allora il dimostratore cominciò ad alterarsi e, tra l'altro, diceva che quell'albergo non era la Caritas. Seguì il litigio, con parole sonore, ma senza eccessi. Mi parve uno scontro educato. Supposi fosse una sceneggiata per vendere di più. Dopodiché furono in diversi ad approfittare dell'occasione. Il mio amico prese una coperta ad una piazza. Io mi sentii obbligato a prenderne una piccola per mio figlio e una per il letto grande.
Uscendo gli dissi: "Giulio, volevamo scroccare una cena, invece ci hanno alleggerito i portafogli."
"Non abbiamo sprecato i soldi, abbiamo mangiato bene e portiamo a casa cose utili,"
Mia moglie considerò attentamente le due coperte. Le soppesò, stropicciò. E, mentre taceva, in quel silenzio che poteva scoppiare all'improvviso, mi passò per la mente la poesia del Leopardi modificando il titolo: "La quiete prima della tempesta".
Finalmente sparò la sintesi: "Non le hai pagate poco!".
Temevo di peggio. Imparai che i sogni belli costano cari.





